Come conobbi Carlo Emilio Gadda.

Me lo ricordo ancora quel giorno. Ero ventenne e stavo preparando l’esame di letteratura italiana. La parte generale, che consisteva nel sapere tutto da ‘Sao ko kelle terre’ fino a ‘Io speriamo che me la cavo’. Una specie di terno al lotto dove la fortuna poteva sconfessare la statistica solo grazie alla bontà, o alla noia, dei docenti il giorno dell’esame. Nell’antologia leggevo soltanto i brani degli autori che mi sembravano interessanti, degli altri mi limitavo alla biografia e alle stupidaggini di sintesi, tipo la poetica, l’inquadramento socio-culturale, le correnti, quella roba che ti permette di articolare discorsi anche se non sai niente. Arrivai a questo autore, Carlo Emilio Gadda, stanco di molti secoli di nomi e nozioni e pensai che valesse la pena di tirar dritto, se non altro perché il suo libro più famoso si intitolava “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” e io non avevo né tempo né voglia di sciropparmi pagine tristi di un romanzo neorealista ambientato nei sobborghi di Roma, e per di più scritto in romanesco. Passai quindi alla biografia, ma rimasi stupito nel constatare che l’autore era milanese. Mi si rizzarono le antenne per la stranezza e decisi di leggere anche la parte introduttiva, dove si parlava di una scrittura originale, di sperimentalismo, di plurilinguismo, di genialità. Pur diffidente, decisi di dargli una chance. Il primo pezzo riportato nell’antologia era tratto da “La cognizione del dolore”, l’episodio che racconta la cena al ristorante, quello dei ‘manichini ossibuchivori’. Fu un colpo di fulmine. Mi videro imbambolato a bocca aperta con un filo di bava che tracimava pendulo e viscoso verso il tavolo. Qualcuno pensò a un attacco di qualcosa (eravamo tutti studenti di lettere, nessuno di medicina). Lessi tutti i pezzi riportati nell’antologia ed ebbi la sensazione di aver fatto una scoperta incredibile, tipo tomba etrusca, stele di Rosetta. Fremevo dal desiderio di parlarne con qualcuno, avevo bisogno di divulgare la mia scoperta. Per un giorno dimenticai l’esame incombente e assaporai il gusto della lettura.
Ecco, fu così che conobbi Carlo Emilio Gadda, in un freddo pomeriggio autunnale del 1990.

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