Di regole, metrica, mamma e mercato.

A partire da fine Ottocento i poeti hanno cominciato, pian pianino, a comporre senza sottostare ai vincoli della metrica. Oggi, a distanza di 150 anni, la metrica è considerata un mostro spaventoso da evitare a qualunque costo, qualcosa di inspiegabile, una follia che i vecchi poeti subivano senza sapere perché. Oggi non è nemmeno concepibile che l’afflato poetico possa farsi condizionare, nella sua derivazione divina, da vincoli formali. Anche quando si estraggono citazioni dalle poesie dei nostri più grandi poeti scritte in metrica, non si rispettano i versi, si citano le frasi tutte attaccate a costituire un andamento da prosa, per tenere lontano il pericolosissimo mostro. Per non dire di chi la poesia la legge a voce alta (attori e personaggi vari): le pause vanno messe solo e soltanto all’interno del verso, e mai alla fine; non sia mai che una lettura distratta alimenti il ritorno del mostro! Il poeta è un fenomeno divino che non ha nulla a che vedere con le cose umane, come lo studio, la tecnica, il lavoro, la fatica, la pazienza, l’arte. Oggi esiste soltanto l’ispirazione.
(Mi viene da pensare che anche il musicista dovremmo considerarlo come un dio, e quindi sarebbe opportuno abolire il conservatorio e le scuole di musica. Conoscere l’armonia e la storia della musica potrebbe mortificare la creatività che scende dal cielo. Meglio non saper niente e lasciar fluire l’ispirazione. Appoggiare le dita sulla tastiera e lasciarle andare, magari scuotendo una grande testa ricciuta).
Nella prosa invece, nei romanzi, la situazione è esattamente agli antipodi. Laddove qualche tempo fa lo scrittore godeva di ampia libertà e trovava terreno fertile per le più audaci (o strampalate) sperimentazioni, oggi vigono regole rigorosissime: prima di tutto occorre che l’opera appartenga strettamente a un genere e ne rispetti le modalità. Poi bisogna anche che possegga un’ampia serie di caratteristiche generali: frasi brevi, pochi aggettivi, prosa e lessico semplici, colpo di scena finale, personaggi coerenti e realistici, scolpiti a tutto tondo (sic), etc. Si tratta spesso di dettami largamente interpretabili, che trovano origine nel desiderio di ottenere una produzione in serie ispirata al più classico Fordismo (termine che purtroppo non si riferisce ad Alan Ford!) o magari al modello Toyota. Insomma, si è finito per scambiare delle tecniche di produzione in serie per valori letterari!
D’altronde la poesia non vende, ma la prosa sì. E tutti i guru del management sanno che l’era dell’orientamento al prodotto è finita da tempo. Oggi non è proficuo cercare di realizzare un ottimo prodotto e metterlo a disposizione del pubblico, o meglio, del mercato. Oggi bisogna produrre esattamente quello che il mercato richiede.
Ma a scuola, quando eravamo piccoli, non era nell’ora di matematica che ‘la mamma andava al mercato’?
Ecco, alla fine hanno vinto i numeri.

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