Onestà della scrittura.

Quando si tratta di scrittura, ho il sospetto che chi parla di onestà voglia nascondere una grande coda di paglia. Oppure che stia applicando uno schema ideologico. Di solito sembra che la supposta onestà sia riconoscibile in una scrittura semplice, comprensibile a tutti, che mantenga le debite distanze da qualsiasi elaborazione retorica. Una scrittura che non prenda il sopravvento sulla vicenda narrata e che non porti ad alcuna selezione – non sia mai! – del pubblico. Io invece preferisco argomentare a contrario e tendo a credere che se c’è una disonestà nella scrittura, essa stia proprio nel voler piacere a tutti, nel semplificare a tutti i costi, nel sottostimare programmaticamente le capacità e le potenzialità del pubblico, nel non farsi scrupolo di appiattire il testo in virtù della ricerca del successo. In tal modo, oltretutto, si finisce per impoverire la lingua, riducendo il bagaglio lessicale e la sintassi dell’italiano utilizzato dai parlanti. Solo con i libri si può (si potrebbe) coltivare, tramandare e difendere la ricchezza della lingua, non certo con le conferenze universitarie e accademiche. Ma oggi l’asticella alta fa paura, si teme il flop (economico).
Per qualcun altro, più onesto della media, l’onestà starebbe nell’adesione al reale, al mondo delle cose, ai puri fatti. Sulle prime questo può sembrare un punto di vista preciso, oggettivo e magari anche condivisibile. Ma, un momento! Stiamo pensando a Verga o a Joyce? Temo che Joyce sia stato più aderente alla realtà di Verga. Ha tagliato meno, ha messo più a fuoco l’obiettivo, non ha semplificato, non ha fatto sintesi, non ha scartato la dimensione della coscienza, dell’immaginario, dell’inconscio. E neppure quella dell’ordinario e dell’infra-ordinario.
Insomma rassegniamoci: dai cinque sensi all’inchiostro su carta la strada è lunga. Figuriamoci quanto sarà lunga quella che riconduce dall’inchiostro all’onestà!

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*